19/02/2012
Umanesimo riminese. Studiamolo
A proposito dell'Umanesimo tragico di cui ha trattato a Rimini il prof. Massimo Cacciari, riferendosi alla "Resurrezione di Cristo" di Piero della Francesca, una piccola ricerca su Internet permette di ricostruire la fortuna della formula.
Nel 1994 appare nell'annuario del Centro mondiale di Studi umanisti, che ha un vago sapore esoterico più che di analisi della cultura dell'Umanesimo in senso stretto.
Nel 2004, a proposto del proprio libro "Della cosa ultima", il prof. Cacciari dichiara al "Mattino" di Padova: "Da tempo vado pensando che occorrerebbe, anche sulla traccia dell’autentica storiografia filosofica italiana da Gentile a Garin, rivalutare la nostra tradizione. È un umanesimo tragico, ma appunto di una tragedia che si conclude con un Ma 'vittorioso'...".
Nel 2005, il prof. Cacciari a Caserta tratta dell'Umanesimo tragico parlando di quattro testi letterari: il canto XXVI dell’Inferno; il De vita solitaria di Petrarca; la Lettera al Vettori di Machiavelli; l’Infinito di Leopardi. Ricorda anche il vero testimone dell’Umanesimo tragico, Leon Battista Alberti, consapevole che è una stupida pretesa quella di essere "fabbro del proprio destino".
Nel 2007 a Milano, all'Università San Raffaele, si laurea brillantemente Silvia Crupano (Roma, 1983), con una tesi dedicata al pensiero tragico di Leon Battista Alberti: "Virtus contra fatum. La dialettica dell’Umanesimo tragico. Per una Filosofia della Storia" (relatore Andrea Tagliapietra, correlatore Ernesto Galli della Loggia).
Nel 2010 il prof. Cacciari tiene una lezione magistrale a Napoli intitolata "L'umanesimo tragico di Leopardi".
Per tornare all'inizio del nostro discorso, sarebbe molto importante che nella nostra città ci si decidesse a ricordare l'Umanesimo riminese, in cui confluiscono tutti i temi dell'Umanesimo italiano.
Come dice il prof. Cacciari, "occorrerebbe rivalutare la nostra tradizione".
Un'annotazione conclusiva. Cacciari collega il concetto di "tragico" al 1453, ovvero alla caduta di Costantinopoli. Forse si potrebbe andare un pochino più indietro, sino al 1415, anno in cui culmina la tragedia dell'Europa cristiana. Durante il Grande Scisma (1378-1417), Giovanni Huss assieme all'allievo Girolamo da Praga è mandato al rogo, dopo essere stato invitato con salvacondotto imperiale a Costanza, dove si trovavano i padri conciliari. Inizia allora una fase drammatica in Boemia, che dura sino al 1433. Sono fiamme che ne preannunciano altre: nel 1553 per Miguel Serveto a Ginevra su decisione dei calvinisti, ed il 17 febbraio 1600 a Roma per Giordano Bruno.
Giustamente, Franco Cardini (come si legge sul "Ponte" del 5 febbraio scorso) smorza i toni dello "scontro di civiltà", che alcuni vorrebbero far iniziare appunto nel 1453 e culminare nel 1683, anno dell'assedio di Vienna. Cardini osserva: non fu un conflitto di civiltà, ma soltanto "storico". Da questa differenza Cardini arriva alla conclusione che non si debbono "incentivare pericolosi contrasti religiosi", partendo da episodi militari o politici che hanno provocato sì rotture ma spesso pure accordi.
Nel suo libro recente dedicato all'argomento (pp. 3-8), introducendo il tema Cardini osserva che tre-quattro secoli sono stati "dominati, sul piano della politica e dei rapporti interstatuali, da una tensione che si traduce in una rete complessa e mutevole di alleanze e di rivalità".
Pure questo aspetto riguarda Rimini da vicino. Sigismondo Malatesti fa il condottiero al soldo di Venezia nella crociata in Morea dal 1464 al 1466. La sua condotta non approda a nulla, anzi è considerata grandemente dannosa. Il 25 gennaio 1466 egli fa ritorno a casa. Sembra, come in effetti è, un uomo sconfitto. Ma il bottino che reca con sé, le ossa del filosofo Giorgio Gemisto Pletone (nato a Costantinopoli nel 1355 circa e morto a Mistra, Sparta nel 1452), gli garantiscono un prestigio perenne. Con la tomba che le accoglie nel Tempio, Sigismondo offre l'immagine di Rimini quale faro di sapienza che poteva illuminare Roma, l'antica e lontana Bisanzio e la vicina Ravenna.
E con Plotone, oggi, si torna da dove si era partiti, a quell'Umanesimo riminese da studiare nella sua vera portata, al di là delle suggestioni esoteriche che nel 2001 portarono a proclamare (il povero) Sigismondo "massone ad honorem".
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09/02/2012
Quando i nevoni facevano sul serio
Lo hanno sempre chiamato l'anno del nevone, il 1929, ed i nostri vecchi lo raccontavano molto semplicemente, non con l'aria di leggenda che poi gli ha attaccato la poesia felliniana di "Amarcord".
La neve abbondante c'era, una volta. Si sapeva che tutto si fermava, ma i treni viaggiavano regolarmente. Alle storie dell'Italia per i pronipoti, si deve tramandare la sosta forzata sulla tratta Bologna-Rimini del treno diretto a Taranto, che ha congelato i suoi ospiti in quel di Frampùla, ovvero Forlimpopoli, per sette od otto ore, la scorsa settimana. Le nostre Ferrovie dello Stato di una volta (prima FF.SS. e poi semplificate in FS), con la neve viaggiavano tutti i giorni di tutti gli anni, perché il "bianco mantello" c'era tutti gli anni.
Quando studiavo a Bologna, nei primi anni Sessanta, si attraversava alle 5 e mezza del mattino Rimini, per arrivare in stazione. Eravamo soltanto noi universitari ed i ferrovieri che dovevano prendere servizio nel capoluogo regionale. Per la strada non s'incontrava nessun altro, tranne lo spazzino che vicino "alle Acli", lungo il viale della stazione, cominciava a pulire qualcosa, spostandosi con il triciclo a pedali.
C'erano i vagoni di legno della terza classe, freddi sino a Gambettola. Poi hanno trasformato la terza classe in seconda. Stessa neve, stesso freddo sino a Gambettola, ma biglietto più caro.
In quel primo scorcio degli anni Sessanta, una volta di neve ne fece tanta che "le mucchie" in cui gli spalatori scesi dalla campagna ed i camion arrivati dalla città ne scaricarono una quantità tale che cominciò a sciogliersi soltanto a primavera inoltrata. Fu un fatto mitico. Una volta una mia allieva mi chiese se fosse vero quest'episodio che le aveva raccontato sua madre.
Nel 1969 ci fu il solito inverno. Facevamo un giornale, "il Corso", diretto da Gianni Bezzi, indimenticabile amico e grandissimo cronista, che usciva ogni dieci giorni. Per colpa della neve, ne saltammo un numero, a gennaio. Non ne facemmo un dramma. Eravamo consapevoli di non avere grandi mezzi oltre alle nostre scarpe, e ci accontentavamo del poco che si poteva ottenere.
Una volta in autobus, ascoltai un gustoso raccontino sul "nevone" del 1929, fatto da un signore di 75 anni. Il tono del discorso sarebbe piaciuto a don Francesco Fuschini, il prete scrittore che amava la gente semplice e sapeva comprendere le sue rivolte verbali.
Ripesco quella narrazione dagli appunti pubblicati sul web: "Cominciò a nevicare che era un martedì grasso. Molte ragazze delle campagne, che erano andate a ballare quella sera, lontano da casa, vi poterono far ritorno solo dopo quattro giorni. Il freddo? Ci si andava a scaldare nelle stalle".
Erano anni di miseria, spiegava quel signore: e il discorso balzava subito dall'economia alla politica. "Chi causava quella miseria? Ma i padroni. Le budelle dei padroni hanno il sangue succhiato ai poveri. Padroni e preti hanno rovinato la gente. La religione è l'oppio dei popoli. I preti studiano vent'anni per imbrogliare la gente. Le cose che debbo fare, a me le hanno insegnate mia mamma e mio babbo, non ho bisogno di preti. Pensi che nelle case dei contadini non c'erano neanche le finestre. Si mettevano le balle del fieno per ripararsi dal freddo. Allora c'era dalle nostre parti un signore, un certo Pozzi. Quando s'incontrava un contadino secco, magro, gli dicevamo: voi state da Pozzi. Lui ci chiedeva: sì, come lo sapete? Per forza, magro così, ci sono solo i contadini di Pozzi, era la risposta".
Di altre "belle" nevicate ne ricordo. Tra 1966 e 1968 ero in servizio a Bellaria. La macchina, la lasciavamo in garage. Il nostro preside ci guardava scendere dalla corriera come fossimo la nuova gioventù smidollata. Non avete il coraggio di percorrere dieci chilometri soltanto con un po' di ghiaccio, sembrava di leggergli nello sguardo leggermente ironico con cui ci attendeva sulla soglia della Scuola Media. Qualche giorno dopo, non c'era, mentre noi della corriera eravamo arrivati regolarmente. Una lastra di ghiaccio traditore lo aveva spedito dalla litoranea direttamente in spiaggia.
Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA
il Ponte, Rimini, settimanale, 12.02.2012
17:42 Scritto da: rimino in Politica italiana, Rimini | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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04/11/2010
Rimini stranissima
Città stranissima, Rimini.
In un precedente post, ho parlato di Rimini "città molto strana".
Città stranissima, aggiungo oggi. Per raccontare come alcune (due, suppongo) recensioni apparse a mia firma sul settimale "il Ponte" a cui collaboro dal 1982, abbiano destato scandalo. Spiego il perché.
Prima recensione. In essa scrivo che una citazione riportata ha in originale un senso opposto a quello che le si attribuisce.
Seconda recensione. Scrivo che in quel libro c'è un itinerario ben esaminato negli anni '70, che vide in Elemire Zolla (1926-2002) uno studioso di punta, oggi utilizzato in ambito esoterico, come paladino della condanna della cultura della "modernità". Non so se per colpa della prima o della seconda recensione, ma non me ne hanno chieste più al giornale. E sono passati parecchi mesi.
17:33 Scritto da: rimino in Rimini | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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