Quando i nevoni facevano sul serio

Lo hanno sempre chiamato l’anno del nevone, il 1929, ed i nostri vecchi lo raccontavano molto semplicemente, non con l’aria di leggenda che poi gli ha attaccato la poesia felliniana di “Amarcord”.
La neve abbondante c’era, una volta. Si sapeva che tutto si fermava, ma i treni viaggiavano regolarmente. Alle storie dell’Italia per i pronipoti, si deve tramandare la sosta forzata sulla tratta Bologna-Rimini del treno diretto a Taranto, che ha congelato i suoi ospiti in quel di Frampùla, ovvero Forlimpopoli, per sette od otto ore, la scorsa settimana. Le nostre Ferrovie dello Stato di una volta (prima FF.SS. e poi semplificate in FS), con la neve viaggiavano tutti i giorni di tutti gli anni, perché il “bianco mantello” c’era tutti gli anni. 
Quando studiavo a Bologna, nei primi anni Sessanta, si attraversava alle 5 e mezza del mattino Rimini, per arrivare in stazione. Eravamo soltanto noi universitari ed i ferrovieri che dovevano prendere servizio nel capoluogo regionale. Per la strada non s’incontrava nessun altro, tranne lo spazzino che vicino “alle Acli”, lungo il viale della stazione, cominciava a pulire qualcosa, spostandosi con il triciclo a pedali.
C’erano i vagoni di legno della terza classe, freddi sino a Gambettola. Poi hanno trasformato la terza classe in seconda. Stessa neve, stesso freddo sino a Gambettola, ma biglietto più caro.
In quel primo scorcio degli anni Sessanta, una volta di neve ne fece tanta che “le mucchie” in cui gli spalatori scesi dalla campagna ed i camion arrivati dalla città ne scaricarono una quantità tale che cominciò a sciogliersi soltanto a primavera inoltrata. Fu un fatto mitico. Una volta una mia allieva mi chiese se fosse vero quest’episodio che le aveva raccontato sua madre.
Nel 1969 ci fu il solito inverno. Facevamo un giornale, “il Corso”, diretto da Gianni Bezzi, indimenticabile amico e grandissimo cronista, che usciva ogni dieci giorni. Per colpa della neve, ne saltammo un numero, a gennaio. Non ne facemmo un dramma. Eravamo consapevoli di non avere grandi mezzi oltre alle nostre scarpe, e ci accontentavamo del poco che si poteva ottenere.
Una volta in autobus, ascoltai un gustoso raccontino sul “nevone” del 1929, fatto da un signore di 75 anni. Il tono del discorso sarebbe piaciuto a don Francesco Fuschini, il prete scrittore che amava la gente semplice e sapeva comprendere le sue rivolte verbali.
Ripesco quella narrazione dagli appunti pubblicati sul web: “Cominciò a nevicare che era un martedì grasso. Molte ragazze delle campagne, che erano andate a ballare quella sera, lontano da casa, vi poterono far ritorno solo dopo quattro giorni. Il freddo? Ci si andava a scaldare nelle stalle”.
Erano anni di miseria, spiegava quel signore: e il discorso balzava subito dall’economia alla politica. “Chi causava quella miseria? Ma i padroni. Le budelle dei padroni hanno il sangue succhiato ai poveri. Padroni e preti hanno rovinato la gente. La religione è l’oppio dei popoli. I preti studiano vent’anni per imbrogliare la gente. Le cose che debbo fare, a me le hanno insegnate mia mamma e mio babbo, non ho bisogno di preti. Pensi che nelle case dei contadini non c’erano neanche le finestre. Si mettevano le balle del fieno per ripararsi dal freddo. Allora c’era dalle nostre parti un signore, un certo Pozzi. Quando s’incontrava un contadino secco, magro, gli dicevamo: voi state da Pozzi. Lui ci chiedeva: sì, come lo sapete? Per forza, magro così, ci sono solo i contadini di Pozzi, era la risposta”.
Di altre “belle” nevicate ne ricordo. Tra 1966 e 1968 ero in servizio a Bellaria. La macchina, la lasciavamo in garage. Il nostro preside ci guardava scendere dalla corriera come fossimo la nuova gioventù smidollata. Non avete il coraggio di percorrere dieci chilometri soltanto con un po’ di ghiaccio, sembrava di leggergli nello sguardo leggermente ironico con cui ci attendeva sulla soglia della Scuola Media. Qualche giorno dopo, non c’era, mentre noi della corriera eravamo arrivati regolarmente. Una lastra di ghiaccio traditore lo aveva spedito dalla litoranea direttamente in spiaggia.

Antonio Montanari
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il Ponte, Rimini, settimanale, 12.02.2012

Quando i nevoni facevano sul serioultima modifica: 2012-02-09T17:42:00+00:00da rimino
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